Comunicare un sì – Contro la retorica del “è l’ultima occasione: meglio questo di niente”

Che la riforma sia piena di difetti e punti critici lo ammettono un po’ tutti, anche i più strenui sostenitori del Sì. La stessa ministra Boschi ha più volte ammesso che la riforma non è perfetta e, in particolare, alla festa de l’Unità di Prato ha dichiarato che è «meglio qualcosa di imperfetto che niente».

Laura Puppato, in un articolo al Fatto Quotidiano, ha affermato che la riforma è un piccolo passo avanti con l’introduzione di un comma all’articolo 55, che spinge verso sistemi elettorali che contemplino la parità di genere. Nel corso del suo post è questa l’unica ragione presente per votare sì. Sicuramente la senatrice troverà altri elementi positivi nella riforma. Non credo tuttavia che agli scettici basti l’inserimento di questo comma per cambiare opinione su un testo che modifica ben quarantasette articoli della Costituzione.

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Comunicare un sì – Contro la retorica dei risparmi

Non mi aspettavo che nel dibattito sulla Costituzione spuntasse l’argomento dei costi. Se si fosse trattato di tagliare i vitalizi, i privilegi da ancien régime di cui dispongono i parlamentari e di dimezzare i lauti compensi degli onorevoli, la questione dei costi avrebbe meritato una piccola menzione di lode. Invece no. La riforma prevede una Camera dei Deputati invariata, sia per quanto riguarda la composizione, sia per quanto concerne vitalizi e privilegi, e un Senato composto da 95 amministratori locali senza indennità (più 5 senatori nominati dal Presidente della Repubblica).

Già Renzi nel 2014 affermava di poter risparmiare circa cinquecento milioni con l’abolizione del Senato. In realtà, i dati reali ci parlano di circa cinquanta, al massimo sessanta milioni. Un po’ troppo pochi per assurgere la questione dei costi a motivo per votare sì. A maggior ragione se pensiamo che i tagli riguardano solo il Senato.

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Comunicare un sì – Contro la retorica della lentezza

La campagna elettorale per il referendum costituzionale è finalmente iniziata. Dico finalmente perché mi incuriosiva sapere in che modo il governo si sarebbe prodigato per convertire i contrari e gli indecisi sulla via del Sì.

Il Presidente del Consiglio lo si sta trovando in ogni trasmissione e a qualunque ora, nell’impresa di ribaltare le proiezioni dei sondaggi: lodevole l’impegno, meno i messaggi che sta diffondendo ai cittadini. Le ragioni per cui bisognerebbe votare sì, sono essenzialmente tre: con la riforma il processo legislativo sarà più veloce ed efficace, i costi della politica si ridurranno notevolmente e, questa la voce più interessante, bisogna approvare la riforma perché sarà l’ultima possibilità per cambiare davvero l’Italia, pertanto, anche se il disegno costituzionale non è perfetto, sempre meglio di niente.

L’obiettivo di questo articolo (e dei prossimi due), sarà quello di focalizzarsi sulla veridicità di questi tre argomenti. Partiamo con la celebre lentezza delle nostre istituzioni.

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Brexit: il punto del (non) ritorno

Dopo l’omicidio della deputata laburista Jo Cox e il grido Britain First dell’assassino, sembrava che il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’UE fosse una mera formalità. Formalità avallata anche dal primissimo exit poll che vedeva gli europeisti avanti di due o addirittura quattro punti sui vari Farage e Johnson.

E invece no. Piaccia o non piaccia, il Regno Unito è fuori dall’Unione Europea e lo si deve ad una scelta libera e democratica dei suoi cittadini. Attenzione però, da premesse positive, come quelle di un referendum che chiama in causa un popolo sul proprio destino, non discendono automaticamente conseguenze positive, come il risultato cui tutto il mondo ha assistito. È giusto dare voce al popolo, ma questa voce non ha necessariamente ragione.

Ad ogni modo, più che accusare o elogiare l’esito del referendum o prevedere imprevedibili scenari socio-economici, trovo più utile riflettere su questo No all’UE. Mi aiuterò col libro Terra e Mare di Carl Schmitt.

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Il Disagio della Civiltà: uno specchio sulla realtà? – Parte II

Riprendo, nonostante tutto, da dove avevo lasciato. Questa settimana ci ha colpito enormemente, il desiderio di interrompere questa piccola trattazione di Freud è stato forte e, per qualche momento, avevo intenzione di commentare i fatti di Parigi. Poi mi sono fermato. Si è già detto troppo, un articolo lo trovo sensato solo se lucido e (probabilmente) un mio eventuale lavoro avrebbe lasciato a desiderare.

Riprendo, nonostante tutto, perché non ho la verità in tasca e, in questi casi così delicati, esprimere un’opinione sarebbe farsi sfoggio con parole a buon mercato. Boicottiamo le opinioni e teniamoci lo sdegno, non perdendo di vista le cause che ci hanno portato alla situazione in cui versiamo ora.

Fatto questo preambolo, riprendo, stavolta per davvero. De Il Disagio della Civiltà credo di aver parlato molto, e non mi stupirei se molti non mi avessero capito. L’opera, come dicevo già mercoledì scorso, è densissima e riuscire a farne una sorta di sunto è compito difficile. Ma questo articolo risulterà di facile comprensione se non altro perché mi preme solo esplicare due concetti inseriti nello schema dell’opera.

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